Ecuador - Sostegno e formazione etnia Shuar 2013

Concluso
sud-america

I salesiani sono arrivati in Ecuador nel 1888, tre giorni prima della morte di Don Bosco. Da allora le opere missionarie sono sorte, oltre che nelle principali città della nazione, anche in vari altri centri, dai 4000 m della Cordigliera Andina sino ai 300 m dei bassi piani orientali, invasi dalla foresta amazzonica.

Il vicariato apostolico di Méndez, il cui vescovo è il salesiano mons. Pietro Gabrielli, si colloca appunto nell'oriente ecuadoriano, tra i fiumi Santiago (Marañón) e Pastaza, affluenti del Rio delle Amazzoni, sino al contestato confine con il Perù. Il territorio è abitato da coloni discendenti dagli antichi conquistatori spagnoli, da meticci e da indigeni di diverse etnie.

Dettagli progetto

I Salesiani operano da anni in particolare con gli indigeni dell’etnia Shuar. Gli Shuar sono il secondo (circa 50000 persone) ed uno dei più studiati gruppi amazzonici. L’attività dei salesiani e dei volontari è fortemente legata a un progetto di formazione e ricerca sul patrimonio biologico forestale amazzonico, per favorire la sua salvaguardia e lo sviluppo sostenibile delle popolazioni indigene dell’Ecuador. Da alcuni anni la medicina tradizionale delle popolazioni native è al centro dell’interesse dell’ambiente medico internazionale. È stato istituito a Mácas, presso l’istituto agro-zootecnico di Sevilla Don Bosco, un corso di formazione biennale per tecnici agroecologici indigeni.


Nel 2013 la Fondazione ha finanziato 18.000,00 CHF per una parte del progetto.

------------------------------------------------------------------------------------------------

Dal sito dell'ANS (Agenzia Info Salesiana), riportiamo la testimonianza di Don Maffeo Panteghini (13.10.2016): 

(ANS – Cuenca) – La geografia amazzonica ha rappresentato una sfida per il giovane italiano Maffeo Panteghini, missionario salesiano, che nel 1968 giunse in Ecuador, nei villaggi di Cuchanza, Canton Mendez, Morona Santiago, per stabilirsi tra le comunità Shuar e Achuar ed insegnare loro, per 9 anni, l'arte della falegnameria. Le loro storie sono parte di un passato quasi molto presente.

Don Panteghini ora ha 69 anni e la storia fluttua nella sua memoria; è proprietario di una testimonianza arricchente, piena di croci e di incontri culturali: "ogni popolo ha la sua cultura, ma quando qualcuno insegna qualcosa che va un po’ fuori dalla propria cultura, allora uno impara molto da loro" riporta il sacerdote salesiano.

Tutte le esperienze condivise con i membri di una comunità hanno lasciato chiaro nell’allora missionario che gli Shuar sono ospitali. A suo tempo gli offrirono accoglienza, l’importante in quell’ambiente è rispettare la cultura, in particolare le donne.

Uno sconosciuto straniero non può entrare in una casa, in assenza del proprietario, semplicemente aspetta fuori. La comunità Shuar utilizza abitazioni di forma ovale con due porte, una dalla quale entrano le donne e l’altra in cui può entrare solo l’uomo di casa.

“Gli Shuar come ogni popolo hanno il loro modo di fare giustizia, non si può venire a giudicare”. Ha imparato a cacciare, ma racconta che “già prima ero un buon cacciatore, così sono stato accettato molto rapidamente”.

Don Panteghini ha visto come facevano le “tsanta” – la riduzione rituale delle teste umane. Normalmente la facevano da soli. Ricorda una “tsanta” che gli regalarono: era la testa di uno degli Shuar più importanti e stimati.

Gli Shuar sono un popolo con le proprie credenze. Per la purificazione si prendevano cura delle cascate, la terra è la madre, che dà la vita, da rispettare sempre. Il rispetto della natura è come la loro religione, praticano la medicina tradizionale e tra le loro conoscenze c’è la “curarina”, cioè il sanare da un morso di serpente.

All’inizio di quest’epoca appresero lo spagnolo e le lezioni che venivano offerte loro nelle missioni erano anch’esse in spagnolo, che poi “trasmisero oralmente ai bambini nelle tradizioni culturali e nei canti rituali”.