PRAY FOR BURUNDI!

23 novembre 2015

"Di notte la polizia arriva nelle case a prendere le persone e il giorno dopo veniamo a sapere che sono morte. Troviamo cadaveri nelle strade. Ormai l'insicurezza è totale“. Lo racconta una fonte della Chiesa della capitale del Burundi, Bujumbura, che chiede di rimanere anonima per motivi di sicurezza. Anche a dei religiosi salesiani è capitato di essere prelevati, ma fortunatamente all’indomani sono stati rilasciati. “La paura attanaglia tutti – prosegue la fonte -: migliaia di persone si sono spostate in altre parti del paese, altre centinaia di migliaia hanno passato il confine verso il Ruanda, l’Uganda, la Repubblica democratica del Congo, la Tanzania e anche l’Europa".


I fatti di Parigi hanno fatto scomparire dai media l’attenzione per il dramma del Burundi. Dallo scorso aprile nel Paese africano si sono intensificati gli scontri causati dalla candidatura prima e dalla rielezione poi del presidente Pierre Nkurunziza per un terzo mandato, in violazione della Costituzione e degli accordi di pace di Arusha che nel 2000 avevano sancito la fine della guerra civile e dato origine a un complicato sistema di condivisione del potere. Circa 200 persone sono state uccise dalle forze di sicurezza governative durante la repressione delle proteste e si calcola che più di 200 mila burundesi abbiano lasciato il Paese. Anche la mattina dello scorso 16 novembre, come riferisce l’Agenzia Fides, si è combattuto in diversi quartieri della capitale Bujumbura.


Il 12 novembre il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato una risoluzione che dà 15 giorni di tempo al segretario generale Ban Ki-moon e al suo inviato in Burundi, Jamal Benomar, per esprimere un parere sulla possibilità dell’invio nel Paese africano di una forza militare e di polizia sotto l’egida dell’Onu. Per una decisione in tal senso, occorrerebbe, alla scadenza del termine, una nuova risoluzione o un’autorizzazione – difficile da immaginare – da parte del governo del contestato presidente Nkurunziza.

Un appello al dialogo e un invito alle parti ad incontrarsi per per far cessare le violenze e trovare una soluzione politica alla crisi era stato rivolto congiuntamente, sempre il 12 novembre, dal segretario generale aggiunto dell’Onu, Jan Eliasson, dal presidente della Commissione dell’Unione africana, Nkosazana Dlamini Zuma, e dall’alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea, Federica Mogherini.


La Chiesa burundese, che si è pronunciata contro la rielezione di Nkurunziza, aveva già chiesto, senza successo, di aprire il dialogo con l’opposizione in un comunicato pubblicato al termine dell’ Assemblea Plenaria dello scorso settembre. Nella stessa occasione aveva chiesto “il rispetto dello stato di diritto e la garanzia dei diritti delle persone” condannando “gli atti criminali che si registrano quotidianamente in particolare nella capitale Bujumbura, dove ogni notte si verificano omicidi, e dove diverse persone non dormono nel proprio domicilio per paure di essere rapite o uccise. In alcuni quartieri, denuncia il comunicato, gli abitanti sono consegnati in residenza sorvegliata e, non potendo uscire di casa per andare a lavorare o procurarsi da mangiare, rischiano di morire di fame“. “La povertà minaccia la popolazione– avevano scritto i vescovi- e questa accresce il dramma che stiamo vivendo, dal momento che alcuni membri della comunità internazionale sembrano aver sospeso i loro aiuti al Burundi” (Agenzia Fides 24 settembre 2015).

 

Papa Francesco, che a fine novembre visiterà il Kenya, l’Uganda e la Repubblica Centrafricana, il 17 maggio 2015 ha chiesto di pregare per “il caro popolo burundese” invitando tutti a “abbandonare la violenza e ad agire responsabilmente per il bene del Paese”. Dal 14 al 22 novembre la Chiesa cattolica burundese ha lanciato una novena di preghiera per la pace sia in Burundi che in alcuni altri Paesi dell’Africa centrale: la preghiera e la volontà di pace sono le “armi” che mette sul tavolo della riconciliazione nazionale. La preghiera ci dà la forza di sperare contro ogni speranza.


La nostra Fondazione è fortemente legata al Burundi perchè, proprio attraverso il progetto di sostegno all'Opera Salesiana di Ngozi cinquant'anni fa è iniziata tutta l'attività.
Per questo motivo chiediamo a tutti i benefattori di proseguire nella propria azione di generosità sostenendo i progetti della Fondazione in Burundi e soprattutto di unirsi alla preghiera in favore di questo martoriato Paese e della sua popolazione.


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